Per anni ho avuto una certezza silenziosa: prima o poi qualcuno avrebbe scoperto la verità. Che valevo meno di quanto gli altri credevano.
Non parlo di semplice insicurezza. Parlo della sindrome dell’impostore: la convinzione che i propri risultati siano dovuti alla fortuna, alle circostanze, al caso e non a una competenza reale.
Durante il dottorato questa sensazione era fortissima. Ricordo il timore quasi ossessivo che la mia tesi contenesse errori fondamentali. Non dettagli migliorabili, perché quelli fanno parte di ogni lavoro serio. Ma errori capaci di invalidare tutto.
Col tempo ho capito una cosa: la sindrome dell’impostore non nasce necessariamente dall’incompetenza. Nasce spesso dall’abitudine a vedere solo ciò che manca e mai ciò che esiste già.
La svolta è stata fermarmi ad analizzare i fatti. Non le paure, non le sensazioni. I fatti: gli anni di studio lavorando nello stesso tempo, le difficoltà superate, le responsabilità gestite, le persone aiutate, i problemi risolti.
E poi una domanda semplice: “Se un’altra persona avesse fatto tutto questo, penserei davvero che non vale nulla?”
La risposta era no. Ovviamente no.
Ho notato anche un altro meccanismo. Quando qualcuno mi faceva un complimento per un lavoro ben fatto, la mia risposta era quasi sempre: “No dai, non ho fatto nulla di speciale.”
Sembrava umiltà. In realtà, spesso era incapacità di riconoscere serenamente il mio valore.
Oggi provo a fare una cosa più semplice e molto più difficile: dire “grazie” senza minimizzare, senza giustificarmi, senza scomparire dietro il lavoro fatto.
Un esercizio che mi ha aiutato molto, suggerito dal mio mentore Claudio Bonasia, e che chiamo “lucidare le medaglie”. Non è autocelebrazione, è memoria: ricordare i progetti conclusi, gli ostacoli attraversati, le competenze costruite, i momenti in cui sono stato utile, le volte in cui ho avuto il coraggio di continuare nonostante dubbi e fatica.
Perché la memoria selettiva dell’impostore funziona quasi sempre allo stesso modo: cancella le prove della competenza e conserva solo quelle dell’incertezza.
Ogni tanto, vale la pena rimettere i fatti sul tavolo: con lucidità, onestà e un po’ più di gentilezza verso sé stessi.
Perché a volte il problema non è che valiamo poco. È che abbiamo dimenticato le prove del contrario.
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Nota sull’uso di IA: l’autore ha utilizzato strumenti di IA generativa (ChatGPT, Claude, Perplexity) come supporto alla scrittura e ha interamente rivisto e approvato il testo finale. L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT.
