Dai da mangiare alla scimmia e non toccare niente.

In una vecchia barzelletta, un carabiniere e una scimmia vengono mandati nello spazio. Dalla Terra arrivano istruzioni sempre più complesse per la scimmia: esperimenti scientifici, manovre di assetto, calcoli di rotta. Il carabiniere aspetta il proprio turno. Alla fine riceve un solo compito: darle da mangiare e non toccare niente.

Fa sorridere. Ma la cosa più inquietante non è il compito che gli viene assegnato.

È che probabilmente va bene così.


All’AI affidiamo analisi, testi, previsioni e decisioni operative. Lo facciamo spesso con sollievo. Perché decidere è faticoso. Perché sbagliare ha un costo. Perché se lo fa l’algoritmo, la responsabilità si dissolve in qualcosa di tecnico, di astratto, di difficile da imputare.

La delega all’AI non è solo una scelta organizzativa. È anche una scelta psicologica. E a volte è una fuga.

Il problema non nasce quando affidiamo all’AI ciò che sa fare meglio di noi. Nasce quando cominciamo ad affidarle ciò che non vogliamo più fare noi. Giudizi difficili. Conversazioni scomode. Scelte che richiedono di esporsi.

Nasce quando la delega diventa abitudine, e l’abitudine diventa dipendenza — e la dipendenza diventa, infine, incompetenza.


Non è una critica alla tecnologia. È una domanda su di noi.

Siamo pronti ad accettare un ruolo da carabiniere nello spazio — purché qualcuno ci dica che è importante, che siamo parte del sistema, che stiamo contribuendo?

Possiamo lasciare all’AI molti comandi della navicella. Ma se rinunciamo anche alla scelta della destinazione, non è perché non potevamo scegliere.

È perché abbiamo preferito non farlo.


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Nota sull’uso di IA: l’autore ha utilizzato strumenti di IA generativa (ChatGPT, Claude, Perplexity) come supporto alla scrittura e ha interamente rivisto e approvato il testo finale.