Ci penso da settimane e non riesco a levarmelo dalla testa. Pasolini – per chi non lo conosce: poeta, regista, uno che negli anni Sessanta e Settanta diceva cose che nessuno voleva sentire – ha passato la vita a difendere l’uomo concreto. Quello dei dialetti, dei corpi che invecchiano, delle contraddizioni che non si sistemano mai.
Oggi parliamo con macchine che scrivono come noi. E io continuo a chiedermi: cosa avrebbe detto Pasolini oggi?
L’uomo vero (quello che interessava a lui)
Per Pasolini l’essere umano era prima di tutto un corpo. Uno che suda, invecchia, desidera. Una voce che tradisce subito da dove vieni: Friuli, Roma, Napoli. Contraddizioni che ti porti dietro e che nessuno può cancellarti.
La sua ossessione era l’omologazione. Già negli anni Settanta – quando il nemico era la televisione commerciale – vedeva una cosa che gli altri facevano finta di non vedere: stavamo perdendo le differenze. I dialetti morivano, i ragazzi di borgata iniziavano a parlare come quelli del centro. Tutti uguali.
Negli Scritti corsari del 1975 lo dice senza giri di parole: il nuovo fascismo non arriva con le camicie nere. Arriva con il consumismo. Ti promette benessere, modernità. E intanto ti svuota. Ti toglie la tua lingua, i tuoi riti. In cambio ti dà il frigorifero e la Seicento. Affare fatto.
Per lui la cultura vera non stava nei libri. Stava nei gesti, nei silenzi, negli sguardi. Era incarnata. O ce l’avevi addosso, o non ce l’avevi.
Le AI (e quello che ci portiamo dietro)
Ma c’è un problema che non riesco a ignorare. Queste macchine funzionano senza esperienza. Ricombinano miliardi di frasi scritte da umani e ti restituiscono risposte che sembrano sensate. Parlano di amore e morte, ma non sanno cosa significa perdere qualcuno. Non l’hanno mai sentito sulla pelle.
E poi tendono verso la media. Cercano sempre la risposta che funziona per tutti, quella che non disturba troppo. Levigano tutto.
Mi è venuto in mente Una disperata vitalità, quella poesia del 1964 dove Pasolini scrive di sentirsi “già morto in un mondo di morti”. Parlava del conformismo borghese. Ma oggi quella frase mi suona diversa. Più vicina.
Dove lo vedo succedere
Migliaia di persone chiedono agli LLM di scrivere messaggi d’amore, condoglianze. Alcuni chiedono come lasciare il fidanzato.
Fermati un attimo su quest’ultima cosa.
Quando chiedi a un amico come lasciare qualcuno, c’è imbarazzo. Devi dire ad alta voce cosa provi. L’amico magari ti fa domande che non vuoi sentirti fare: “Ma sei proprio sicuro? Come glielo dirai? Non è che stai scappando?”. Ti costringe a guardarti dentro, a fare i conti con il dolore che stai per causare.
Quando lo chiedi a un’AI, tutto questo sparisce. Ti arriva una risposta pulita, empaticamente corretta, che ti dice come ridurre al minimo il disagio. Tuo, non dell’altro.
L’algoritmo ti protegge dal conflitto. Ti offre la via d’uscita più comoda.
Ma il dolore, quello vero, non lo eviti. Lo rimandi solo. O fai finta che non esista.
Pasolini – e qui forse esagero, non so – avrebbe detto che stiamo disimparando a vivere il conflitto necessario. Quello che ti forma, che ti segna. Stiamo cercando una vita senza attriti. E ogni attrito viene levigato da un algoritmo che ti dice esattamente cosa fare.
L’obiezione (che mi faccio da solo)
I dialetti sono morti comunque, con o senza AI. L’omologazione è iniziata con la TV, non con ChatGPT. Cosa cambia davvero?
Cambia la velocità, credo. E cambia dove agisce.
Il consumismo ti diceva cosa volere. L’AI rischia di dirti cosa scegliere e come esprimerlo.
La televisione agiva sul desiderio: ti mostrava la Vespa, il vestito, la vacanza. Ma il pensiero restava tuo. Potevi spegnere la TV, potevi ribellarti.
Gli LLM lavorano diversamente. Non ti dicono cosa pensare: pensano insieme a te. A volte al posto tuo. E lo fanno in modo così fluido che non te ne accorgi. Non c’è un momento in cui dici “no, questo non lo voglio”. Perché ti sembra sempre che sia stata una tua scelta.
È l’omologazione dall’interno. Più sottile. Più difficile da riconoscere.
Quando funziona
Ci sono momenti in cui questi strumenti amplificano invece che sostituire. Un traduttore che finalmente può leggere Dostoevskij in russo. Un ricercatore che setaccia migliaia di articoli e poi ci ragiona sopra per settimane. Uno scrittore che usa l’AI per sbloccarsi, poi butta via tutto e riscrive con la propria voce.
Lì la macchina resta al suo posto. Strumento, non sostituto.
Il problema nasce quando deleghiamo le scelte che ci definiscono. Non “aiutami a pensare” ma “pensa al posto mio”.
Dove stiamo andando
In un articolo del 1973, Il vuoto del potere, Pasolini parla del “nuovo potere” che non ha più bisogno di violenza. Ha trovato strumenti più sottili: omologazione culturale, controllo attraverso i desideri indotti, standardizzazione delle menti.
Oggi quegli strumenti hanno solo cambiato forma.
La sfida è questa: non lasciare che la tecnica sostituisca la vita. Usare gli algoritmi senza farci usare. Ricordare che siamo fatti di carne, tempo, errori.
Pasolini lo sapeva cinquant’anni fa. Noi lo stiamo dimenticando in tempo reale.
Non so se ho ragione. Ma è quello che penso.
p.s. Scrivo questo il 2 novembre, cinquant’anni dopo la sua morte. Non per commemorare, ma perché certe domande non invecchiano.
#Pasolini #IntelligenzaArtificiale #CriticaCulturale #Omologazione
Nota sull’uso di IA: l’autore ha utilizzato strumenti di IA generativa (ChatGPT, Claude, Perplexity) come supporto alla scrittura e ha interamente rivisto e approvato il testo finale.
