Sulla mia scrivania c’è una Olivetti Summa 15.
Non è solo una macchina meccanica, per quanto straordinaria. È il genio di Natale Capellaro, che ingegnere non lo fu mai per percorso accademico, ma lo diventò per talento, curiosità, e per quella rara capacità di capire la tecnica fin dentro le sue ossa. Contribuì così a costruire uno dei simboli dell’eccellenza industriale italiana.
La sua storia mi riporta sempre a un’altra persona: mio suocero, che nel 2027 avrebbe compiuto cento anni.
Da giovane era un avvolgitore di motori elettrici di alta potenza, tra i migliori. Apparteneva a quella generazione che conosceva la materia con le mani, con gli occhi, con l’esperienza accumulata un giorno alla volta. Risolveva problemi complessi senza software di simulazione, senza tutorial online, senza YouTube, senza intelligenza artificiale. Se esistesse una laurea honoris causa per l’intelligenza pratica, per la competenza costruita sul campo, per il contributo silenzioso al progresso industriale, l’avrebbe meritata senza dubbio.
Conservo e uso ancora alcuni suoi attrezzi. Sono più vecchi di me, eppure funzionano alla perfezione, sono stati fatti come si deve. Ogni volta che li prendo in mano mi ricordano una cosa: la qualità non è una parola. È una forma di rispetto verso il proprio lavoro.
La storia industriale italiana è piena di uomini come lui, come Capellaro. Molti non hanno lasciato libri, articoli scientifici, brevetti famosi. Hanno lasciato qualcosa di altrettanto prezioso: macchine che funzionavano, prodotti affidabili, competenze passate di mano in mano.
Da ingegnere italiano provo un profondo orgoglio per la mia professione. Ma con gli anni ho imparato che l’ingegneria non è proprietà esclusiva di chi ha un titolo accademico. Appartiene anche a chi sa leggere la realtà, risolvere problemi, trasformare un’idea in qualcosa di utile e duraturo.
Isaac Newton scrisse: «Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti».
Mi sento spesso un nano, rispetto ai giganti che hanno costruito l’industria italiana prima di noi. Ma è questo, forse, il vero privilegio di essere ingegnere oggi: poter salire sulle loro spalle.
E un nano, da lassù, vede comunque più lontano.
Ogni progetto, ogni innovazione, ogni trasformazione digitale che portiamo avanti contiene una parte del lavoro di chi ci ha preceduto. La Summa 15 sulla mia scrivania e gli attrezzi di mio suocero nel mio laboratorio me lo ricordano ogni giorno: il progresso non nasce mai dal nulla. È una staffetta tra generazioni.
Resta solo da chiedersi se sapremo essere degni del testimone che ci è stato passato.
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foto di Natale Capellaro; © Associazione Archivio Storico Olivetti
Nota sull’uso di IA: l’autore ha utilizzato strumenti di IA generativa (ChatGPT, Claude, Perplexity) come supporto alla scrittura e ha interamente rivisto e approvato il testo finale.
